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Proculturalità: la cultura come strategia in ambito internazionale

Il bene culturale nel diritto internazionale

La cultura come argomento strumentale allo sviluppo delle relazioni internazionali è stata oggetto di parziale valorizzazione, con un’evidente priorità di interesse conferita agli elementi materiali che la caratterizzano. Numerose convenzioni e trattati degli ultimi decenni si sono focalizzati su alcune specificità del bene culturale, inteso come prodotto atto alla circolazione e allo scambio. Si tratta di un tipico caso di armonizzazione transnazionale di aspetti accessori alla tutela privatistica o pubblicistica della circolazione dei beni, che certamente tocca la cultura, trovando spazio di interesse e copertura nel diritto internazionale. È il caso della Convenzione Unesco del 1970 o la Convenzione Unidroit del 1995, che disciplinano (la prima) i vincoli nei trasferimenti di questo specifico tipo di beni, indicati in un elenco chiuso, e (la seconda) la loro restituzione. In altri contesti trattatistici, la tutela del patrimonio culturale è stata introdotta per assicurare protezione a luoghi fisici (siti, complessi, monumenti) identificati per particolare significatività (Convenzione Unesco del 1972) o il patrimonio archeologico (Convenzione europea del 1969). In continuità con tale modello di protezione diffuso nel diritto internazionale, anche il Trattato UE dispone di un’apposita area normativa relativa a prodotti materiali di natura artistica o archeologica. Si comprende che i luoghi e i manufatti statici ai quali è stato attribuito outstanding universal value, ovvero sono divenuti oggetto di attenzione del diritto internazionale, non vadano valutati solo nel valore intrinseco, bensì costituiscano un aspetto di tutela degli interessi degli Stati alla circolazione delle persone e alla crescita dell’attenzione intorno alla cultura “visibile”: questioni di nobile caratura nella breve storia della globalizzazione dei beni culturali, che tuttavia rendono preponderante un approccio tematico concentrato sugli aspetti tangibili, dove la materialità circoscrive efficacemente l’oggetto della tutela. Si tratta di pochi esempi (tra i molti documenti pertinenti) che, sulla base di un criterio di analisi per tipicità dell’oggetto, mostrano come sia stato possibile costruire un approccio significativo di valorizzazione del tema in ambito internazionale, a partire dall’immunità concessa al patrimonio dei beni culturali e ai legami con gli interessi sociali, economici e giuridici interni agli Stati.

La cultura come bene immateriale

Il patrimonio culturale immateriale, quale oggetto trattatistico, è caratterizzato da un’ampia definizione di partenza e da percorsi di effettività delle tutele ristretti. Quanto alla definizione, la cultura come bene immateriale consiste per lo più in un elenco di contenuti suddivisi per genere. Tale approccio si presta, per metodo, oltre che per la natura di ogni forma di elencazione, a maggiore mutevolezza dell’effettiva promozione dell’immaterialità culturale in ogni contesto geopolitico. Senza che possano essere identificate peculiarità trasversali della cultura come bene, atte a tipizzare il diritto internazionale in materia, è evidente la difficoltà di costruire uno sviluppo di ogni materia di interesse internazionale in questo campo. Per fornire qualche esempio, nell’Unesco, l’Intangible Cultural Heritage (ICH) si riferisce precisamente al retaggio di fattori non fisici di un certo luogo, comprendendovi lingua, folklore, tradizioni, conoscenza, linguaggio, credenze: si tratta di elementi che caratterizzano le relazioni umane in un territorio, dandovi una connotazione identitaria in cui singoli e collettività possano trovarvi riconoscimento. Sul piano trattatistico, i documenti elaborati dalle organizzazioni internazionali e siglati dagli Stati inquadrano soprattutto fini di promozione e affermazione della cultura. Tra i primi documenti a contenere tali riferimenti, vi sono la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1948, i successivi Patti in ambito ONU del 1966 (Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e Patto internazionale sui diritti civili e politici, in particolare all’art. 27) e la Convenzione dell’Aja per la protezione dei Beni Culturali in caso di conflitto armato del 1954. Un quadro non dissimile per contorni e dichiarazioni è presente in ambito europeo, sulla linea della Convenzione culturale europea del 1954, che indica fini di mero incoraggiamento integrativo e di scambio. Molti anni dopo, il Trattato UE ha fissato alcuni elementi caratterizzanti la cultura e utili ai fini dell’Unione, in un titolo del documento ad essa dedicato. In tale ambito si propone di integrare l’azione degli Stati membri nella conservazione e nella salvaguardia del patrimonio culturale di importanza europea (art. 151), indicando inoltre un programma (“Cultura 2000”) che introduce l’azione dell’Unione europea nell’incoraggiare la cooperazione e nel miglioramento della conoscenza della cultura e dello scambio dei popoli europei (art. 167 II comma). Pur con le debite differenze tra piano globale ed europeo, si evidenziano elementi di fondo comuni che collocano la cultura come bene immateriale quale fattore non prioritario – o accessorio – nelle relazioni internazionali.

Il modello dei diritti culturali

L’assetto giuridico che solitamente gli studiosi riconoscono all’organizzazione degli elementi immateriali della cultura nel contesto internazionale si inquadra nei cosiddetti “diritti culturali” (Cassese, 2005; Stamatoupolou, 2007; Zagato, 2011). Questa configurazione asseconda certamente il linguaggio pattizio rinvenibile nelle Convenzioni dell’Onu e dell’Unesco. Sebbene sia suggestivo pensare a una categoria di diritti che si riferiscano alla cultura, il vaglio uniforme ne risulta estremamente arduo, dato che perfino la definizione tecnica non è univoca, per lo più indicando genericamente l’insieme dei tratti distintivi della vita di un certo gruppo sociale (si veda per una sintesi la Dichiarazione di Friburgo sui diritti culturali, 2007). In primo luogo, i diritti culturali non risultano omologhi per contenuto e applicazione ad altre categorie di diritti oggetto di pratiche consolidate nelle comunità politiche (diritti civili, politici, economico-sociali). Ciò in quanto le posizioni giuridiche soggettive “classiche” (così almeno nei Paesi occidentali) attengono a forme di universalizzazione tipizzate in modo più chiaro nel contesto giuridico della cittadinanza negli Stati (Marshall, 1949). Difficile discutere di diritti civili, politici ed economico-sociali senza tener conto dello sviluppo di alcuni assetti ed equilibri istituzionali entrati nelle Costituzioni dopo la Seconda Guerra mondiale, sintetizzando anche una certa forma di cultura, per l’appunto occidentale-europea, che assume come standard il percorso che dal liberalismo (diritti civili) conduce ad una fase di democratizzazione (diritti politici) per poi compensare gli squilibri socio-economici tra i cittadini mediante interventi di Welfare (diritti economico-sociali). Tali categorie sono state concepite pertanto secondo uno sviluppo bicentenario storico, giuridico, sociale ed economico coerente in diversi Paesi, che certamente ha messo in luce i benefici di una progressività armonica delle tutele dei singoli, ma pur sempre come frutto di una cultura espansiva dei diritti che non procede con gli stessi strumenti in tutti i Paesi del mondo. Tale modello di tutela della cittadinanza è certamente più spendibile nel contesto statuale, dove mostra ricadute di effettività dei diritti nel complesso dell’applicazione delle norme degli ordinamenti, della coesione delle comunità politiche e dei programmi socio-economici delle Costituzioni. Oltre i confini degli Stati, richiederebbe una governance difficile per la mancanza di pari presupposti sociali e ordinamentali, con l’ulteriore difetto che l’elenco dei tradizionali diritti di cittadinanza, per come è stato finora inteso, non si può allargare ai diritti culturali. Infatti, da un lato la cultura nell’ambito dei diritti rinvia allo stesso tempo ad aspetti rilevanti della persona e delle comunità (Carcione, 2003), rendendo più complesso il percorso di affermazione di una tipologia giuridica omogenea e pensata soprattutto per la tutela dei singoli (tale è il concetto di diritto soggettivo). D’altra parte, è proprio la peculiarità della cultura come fattore complesso, insieme individuale e sociale, a porre un interrogativo sull’efficacia del suo impiego, espresso finora in questi termini, nelle convenzioni internazionali.

Le aspirazioni irrisolte nei Trattati

Sul tema dei diritti culturali, alcuni documenti dell’Onu sono intervenuti a sostegno di questioni emergenziali riferibili alla cultura, con particolare attenzione alle minoranze (è il caso della Dichiarazione dei diritti sulle minoranze del 1992, o la più recente Dichiarazione dei diritti universali delle popolazioni indigene del 2007). Nel contorno e nella sostanza di queste Dichiarazioni internazionali si intravedono i tratti tipici del multiculturalismo, modello di integrazione notoriamente nato in risposta all’assimilazionismo in ambito americano e poi diffuso globalmente. Si tratta di una modalità di approccio alla cultura, spesso usata per offrire tutela nelle relazioni tra appartenenti a diverse etnie all’interno degli Stati, con un linguaggio dichiarativo che ben si accosta a quello impiegato nei trattati degli ultimi decenni. Il multiculturalismo si esprime mediante un meccanismo di rilievo simbolico delle culture come identità da tutelare, in un contesto dichiarativo e con l’attenzione al tema dell’integrazione a partire da emergenze discriminatorie; è divenuto dominante sebbene abbia mostrato di proporre una certa visione statica dell’identità sociale, di difficile adattabilità allo sviluppo dinamico dei contenuti culturali in relazione, mostrando al contempo molti limiti di definizione strategica (Sennett, 1977; Masciocchi, 2017). Un ulteriore limite degli strumenti pattizi dal contorno multiculturale è stato percepito anche nella scarsa attitudine a promuovere l’universalizzazione della cultura, avendo a cura come presupposto logico la diversità (Prott, 2001). In realtà, l’indagine sugli aspetti immateriali della cultura alla fine degli anni Sessanta aveva indotto l’Unesco ad investire molte aspirazioni nella preparazione di un documento apposito che contenesse qualche ulteriore potenzialità strategica. Si tratta della Dichiarazione sui diritti culturali in quanto Diritti dell’Uomo, che mai trovò approvazione nell’Assemblea generale, pur portando con sé alcune rilevanti novità sul modo di intendere la cultura nelle relazioni internazionali. Il progetto prevedeva alla sua conclusione la promozione di un tipo di cultura spendibile sia sul piano locale sia su quello globale, quale “possibilità per ciascuno di sviluppare la sua personalità, grazie alla partecipazione diretta alla creazione di valori umani”. Risulta di interessante rilievo negli atti l’intervento di Boutros Ghali (allora accademico e divenuto solo successivamente Segretario Generale dell’Onu), che individuava i presupposti pratici di tale visione nell’“accesso alla conoscenza, alle arti e alle lettere di tutti i popoli”, così come la possibilità di “partecipare al progresso della scienza e di godere dei suoi benefici, di portare il proprio contributo all’arricchimento della vita culturale”, secondo una visione attiva della persona nella comunità nel fare la cultura, visione presente in altri esperti dell’ispirato consesso parigino del 1968 (C.G. Argan, in particolare; per l’inquadramento di tali interventi, si rinvia a Carcione, 2013 e, in questa direzione, a Ainis, 1988). Questa promettente visione, che mette al centro l’azione della persona e delle relazioni, è stata assorbita dalle sensibilità particolaristico-tutelative della cultura, ma è tuttora uno spunto utile per l’impostazione di nuove visioni.

Le premesse per un modello strategico della cultura

Quanto evidenziato nella ricognizione nell’ambito del diritto internazionale circa la secondarietà degli aspetti immateriali rispetto a quelli materiali, la loro poca uniformità inidonea a declinare una tipologia aggiunta di diritti soggettivi, e la scarsa propensione strategica del multiculturalismo induce a rivalutare un modello proattivo della cultura, come fattore per lo sviluppo delle relazioni tra gli Stati. Per compiere tale passaggio che richiama le citate parole di Boutros Ghali e il quasi dimenticato contesto di elaborazione parigino, in primo luogo, è opportuno introdurre alcune modalità di azione relative ai beni culturali diverse da quelle finora apprezzate: 1. Il rilancio del bilateralismo – verificati i limiti del multilateralismo – come base di crescita dei contenuti culturali attraverso nuovi strumenti di cooperazione internazionale; 2. La considerazione della cultura come strumento della conoscenza operativo nei rapporti tra gli Stati; 3. La visione della cultura come bene complesso rilevante nell’ambito socio-economico, strettamente legato sia alla persona che alla comunità. Di seguito saranno valutate distintamente come elementi di sviluppo della cooperazione tra gli Stati e quindi in modo organico come strategia complessiva.

I limiti del multilateralismo – L’esempio italiano

Le organizzazioni internazionali (Onu, Unesco) e molti Paesi aderenti hanno fatto del multilateralismo il modello primario di promozione della cultura all’interno e tra gli Stati. Come precedentemente sottolineato, le Convenzioni e le Dichiarazioni universali costituiscono una cornice istituzionale tipica entro la quale perseguire obbiettivi del diritto internazionale, ma l’impiego di tali strumenti multilaterali ha visto sorgere alcune difficoltà nell’elaborare una visione generale utile a governare un oggetto tanto sfuggente e articolato. Nell’ambito dell’immaterialità, questo approccio si traduce in una forma più dichiarativa ed elencativa che regolamentativa, una forma di soft law che, pur puntando alla costituzione di diritti culturali come strumento principe del modello di protezione internazionale della cultura, non ha creato i presupposti per la loro universalizzazione, e non può che demandare agli Stati la realizzazione degli obbiettivi concreti delle politiche internazionali sui diritti, specie ove sorgano dei potenziali temi di conflitto politico, di discriminazione o di clash of cultures. L’Unesco ha predisposto strumenti intergovernativi per agevolare questi risultati, che prevedono controllo, finanziamenti e azioni concordate. Si tratta di strumenti intermedi che preludono ad azioni intese a colmare i vuoti lasciati dalle organizzazioni internazionali, alimentando anche una partecipazione di soggetti minori e locali. Per quanto queste soluzioni siano state ritenute in alcuni casi efficaci (Macchia, 2010), esse richiedono una scomposizione dall’alto dell’attività di cooperazione internazionale, oltre che un impiego di risorse considerevole, senza improntare una via di armonizzazione delle pratiche. Sul piano degli Stati, la ricezione di questo modello pare abbastanza diffusa. In Italia, i dati Ocse (aggiornati all’anno 2018) mostrano che l’investimento sull’aiuto pubblico allo sviluppo ha preferito di gran lunga la linea multilaterale.

Spese in milioni di dollari

Sempre analizzando l’esempio italiano, a questi dati di tendenza si è aggiunto un mutamento normativo in materia che pare non aver dato linee innovative sul piano strategico, sebbene promettesse di guardare con attenzione alle relazioni internazionali a partire nel maggiore coinvolgimento di organismi non governativi, una novità di sicuro interesse. La legge n. 125/2014 ha introdotto una disciplina generale sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo che coinvolge anche soggetti nuovi provenienti dalla società civile in seno ad un organismo di coordinamento pubblico a stretto contatto con il Ministero degli Affari Esteri (si tratta dell’AICS, Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo). Appare fin dalla sua costituzione che organismi di questo genere siano votati al perseguimento di obbiettivi e azioni di sostegno di Paesi con fragilità (si veda la delibera n. 141/2020 del Comitato Congiunto AICS), in ottica multilaterale per tematiche di intervento. D’altra parte, nella struttura organizzativa, l’azione di tale organismo si avvale di articolate partecipazioni (il Consiglio nazionale per la cooperazione allo sviluppo e il Comitato interministeriale di cooperazione allo sviluppo) che riducono lo slancio delle azioni concertabili con soggetti non governativi. Per la stessa fisionomia istituzionale descritta, i documenti di programmazione strategica triennali individuano contenuti molto generici e di rinvio alle linee tracciate da fonti superiori. Ad esempio, nel documento di programmazione strategica 2017-2019, l’unico ad intervenire sul piano di interesse qui ricostruito, lo spazio di considerazione della formazione e della cultura è comunque molto limitato (parr. 2.8-2.9, due pagine), mostrando che il nuovo organismo non si presta ad altre azioni strategiche che non siano di mero coordinamento. In realtà ciò è una naturale conseguenza della scelta di un modello top-down, che davanti a realtà molto diverse e ad informazioni frammentarie, non interdipendenti, può agire solo entro perimetri ristretti. In sintesi, sia sul piano delle organizzazioni internazionali, sia nel contesto statuale, è in atto una riflessione sugli organismi intermedi, tuttavia ancora poco efficiente, non attenta al tema dell’immaterialità e caratterizzata da una predisposizione multilaterale dai molti limiti.

Un nuovo bilateralismo – Il Trattato internazionale culturale

Si potrebbe a questo punto ripensare al rapporto bilaterale tra gli Stati per fornire risposte più significative ed efficaci. In particolare, gli obbiettivi delle relazioni internazionali possono essere concentrati nello sviluppo delle finalità precipue dei cittadini che aspirano alla (o già sono coinvolti nella) relazione tra due Paesi specifici, nonché delle associazioni e dei gruppi che operano verso le finalità di reciproco coinvolgimento. Occorre in tal senso operare su un piano di complessità che permetta di utilizzare la cultura non solo come elemento simbolico-identitario entro il quale far convergere diritti, ma anche come nuova modalità di rafforzamento dei legami tra i Paesi fin dalla costruzione degli accordi. Lo strumento utile a questo fine può essere identificato in un Trattato internazionale bilaterale culturale, ossia un documento pattizio che abbia come specifico fine le relazioni culturali proattive tra i cittadini di due Stati, nell’interesse governativo di entrambe. La promozione delle relazioni culturali tra i Paesi non dovrebbe più provenire primariamente da organizzazioni internazionali o intergovernative, ma potrebbe essere individuato in una specifica agency con sede in entrambi i Paesi, definibile più precisamente come Agenzia di Scopo prevista dal trattato stesso, con un percorso alternativo alle discipline dell’ordinamento interno. È una proposta riferibile alle relazioni tra Stati che tiene conto del fatto che i trattati internazionali costituiscono generalmente fonte primaria del diritto, e garantiscono pertanto un livello di istituzionalizzazione dei rapporti che è in grado, per natura ordinamentale, di affiancarsi ad altri strumenti già in uso su altri livelli, formando un organismo interdipendente ed estremamente agile. Uno strumento di questo genere consentirebbe, pertanto, di abbattere ostacoli burocratici nella cornice del controllo degli Stati ed essere di supporto funzionale alle diplomazie e ai governi. A ciò si aggiunge, come vedremo, che l’ambito della cultura, impiegato come strumento di efficienza delle relazioni, si presta ad essere poco invasivo nella sfera del diritto e molto progettuale nell’ambito socio-economico. Nell’ambito dell’organizzazione istituzionale, questo modello richiama alla memoria alcuni tratti dell’azione governativa americana sotto la presidenza di Franklin D. Roosevelt, nel programma delle New Deal agencies. In un momento storico di grande depressione economica e sociale, Roosevelt utilizzò strumenti istituzionali intermedi per realizzare risultati apprezzabili in diversi campi, aumentando le informazioni disponibili alla predisposizione di una linea di governo e riducendo i tempi di esecuzione delle decisioni e di organizzazione della governance. In altro ambito e nel contesto specifico della cultura, l’Agenzia di Scopo è uno strumento che può assumere una dimensione di adeguato bilanciamento tra le politiche internazionali degli Stati e l’interesse dei cittadini, potenziando in modo non artificioso il percorso degli attori che promuovono le relazioni tra due Paesi. Allo stesso tempo, l’Agenzia di Scopo ha attitudine a delineare nelle pratiche gli aspetti di ricercata sussidiarietà che molti documenti internazionali recenti incentivano. Ciò che darebbe rilievo diverso rispetto a quanto attualmente è presente in campo sono almeno due fattori: (1) l’Agenzia di Scopo può fornire una raccolta di informazioni precisa sulle relazioni internazionali e sui contenuti immateriali che possono fornire supporto alle decisioni governative; (2) il lavoro di tutti gli attori che agiscono nell’Agenzia di Scopo può essere incentrato su un modus operandi costante, basato sulla cultura come conoscenza operativa e votata alla formazione e alla produzione di progetti e azioni comuni. Con queste premesse, sarebbe attivabile la programmazione dei competenti Ministeri verso obbiettivi più certi e meno dispersivi, rispetto al contesto multilaterale. Ciò accadrebbe anche nelle alterne fasi legislative o nei momenti di crisi (economiche o sanitarie), resistendo ai periodici mutamenti delle cariche e impegnando gli organismi di raccordo governativo in azioni di coordinamento ed esecutive più puntuali e di lungo periodo.

La cultura come conoscenza operativa – L’esempio cinese

Un errore commesso dalle politiche multiculturaliste (e interculturaliste) consiste nell’aver sovrapposto la cultura al tema dell’identity politics, ossia a quel complesso di contenuti rivendicativi di specificità dei popoli e delle persone rispetto ad istituzioni che avrebbero il compito di tutelarli. Questa attitudine complessiva e dominante nel panorama globale, oltre ad aver contribuito ad una mancata armonizzazione delle strategie delle relazioni internazionali, ha reso visibili gli scontri e le difficoltà più che i risultati positivi dell’incontro tra le diversità (Masciocchi, 2017). Inoltre, se in prospettiva l’assetto degli interessi culturali dei popoli e degli individui, cristallizzati in rivendicazioni identitarie, genera l’aspettativa di possibili rimedi di natura giurisdizionale o prescrittiva (non sempre graditi ai governi degli Stati), nel concreto esso è tradotto in formule meramente descrittive nell’ambito dei documenti internazionali, con produzione di elenchi dichiarativi di elementi immateriali, con l’evidente compromissione dell’effettività delle tutele nei grandi scopi delineati dai trattati. Come si è detto, l’obbiettivo della pace e della cooperazione internazionale richiede piuttosto la valorizzazione della cultura come primario fattore di azione prima ancora che di protezione, presupposto perché anche le immaterialità specifiche possano essere valorizzate nell’incontro e nel progetto, secondo prassi concordate che alimentino al contempo una continuità istituzionale. In questo senso, l’Agenzia di Scopo può essere uno strumento adeguato alle strategie pattizie sulla cultura. In tal senso, il primario obbiettivo per un’Agenzia di Scopo che intervenga in un rapporto bilaterale è raccogliere e facilitare l’accesso alle informazioni che costituiscono il bagaglio indispensabile per realizzare gli interessi dei singoli e dei gruppi che guardano con favore a un altro Paese. Gli obbiettivi generali dei popoli e particolari dei singoli sono in questo caso sovrapponibili, nei vasti campi della cultura: l’integrazione tramite la conoscenza, la valorizzazione del talento, la realizzazione di una formazione non guadagnabile nel Paese di origine sono strumenti concreti per l’amicizia tra i popoli, la pace e le buone relazioni tra i Governi. Questo approccio non è utile solo nell’ottica dei Paesi occidentali. Un esempio può essere dato dal caso cinese. La politica della Porta Aperta maturata a partire da Deng Xiaoping nel 1978 ha determinato un’attenzione al settore privatistico non solo nell’ambito dei consumi, spesso sottolineato come una delle prerogative dell’espansione economica cinese (Naughton, 1994). Piuttosto, la formazione all’estero di tanti giovani, che hanno riportato in patria elementi della conoscenza determinanti in tanti campi del sapere, ha implementato un modello di sviluppo della cultura innovativo sia nell’ambito degli investimenti delle imprese sia nel contesto organizzativo dello Stato. Molte università o progetti infrastrutturali, anche metropolitani, non sarebbero sorti senza questo approccio (si pensi allo sviluppo dell’area di Shenzen, evidente conseguenza di questa politica). Non è un caso che tuttora il governo cinese proceda nell’ottica della “doppia circolazione” (come definita da Xi Jinping al Quinto Plenum del PCC), ancora in fase di definizione come modello di sviluppo in un Paese altamente autoctono nella produzione e dalla forte propensione allo scambio. In contesti strategici come questi è possibile individuare inaspettate strade di definizione istituzionale con attori in grado di supportare processi di sviluppo e di scambio, senza che essi coincidano immediatamente con il commercio (con ciò divenendo supporto a grandi reti multilaterali in fase di crescita, come la Via della Seta). In sintesi, la cultura può (1) essere rivalutata come fonte di strategie preventive delle asimmetrie informative tra Stati, per delineare uno sviluppo realizzativo nelle scelte dei singoli e nell’interesse degli Stati; (2) sviluppare formazione e promozione come modello strategico indipendentemente dal modello governativo; (3) diventare strumento di relazione per attori istituzionali, supportando le carenze delle politiche multilaterali.

La cultura come bene socio-economico

Per completare una ricognizione sull’assetto della cultura come strumento innovativo delle relazioni internazionali, va definito quale sia lo specifico ambito di impiego di tale elemento rispetto ai rilievi economici e sociali, così da identificare con maggiore precisione il contenuto di un Trattato culturale bilaterale. Essenziale in questo quadro di riferimento è quella parte dell’economia che si riferisce alla conoscenza come fattore di crescita. La Scuola economica austriaca ha coniato una prima visione della conoscenza e dell’informazione come fattori in grado di accompagnare lo sviluppo socio-economico (Von Hayek, 1945), e successivamente tale elemento è stato espresso nel contesto di una Teoria della Crescita (Solow, 1956). Nelle strategie di lungo periodo della crescita economica, la conoscenza costituisce quell’aspetto (spesso sfuggente, eppure decisivo) che è in grado di sostenere lo sviluppo delle politiche economiche degli Stati anche quando fattori comprimari, quali il capitale e il lavoro, producono nel tempo rendimenti decrescenti. Tale peculiarità è stata spiegata dal Premio Nobel Paul Romer per il fatto che la conoscenza è un bene non rivale e non escludibile ossia, in altri termini, il cui impiego da parte di un individuo non riduce né esclude l’impiego altrui del medesimo bene (Romer, 1990). In sostanza si tratta di un elemento egualitario, che non impegna in modo immediato questioni dirimenti e necessitanti tutela, in ragione di interessi divergenti. Data questa premessa, la cultura, di cui finora si è dato conto, è quel complesso di elementi immateriali che permettono agli attori sociali di conseguire una realizzazione, dando beneficio a se stessi e alla comunità di riferimento, secondo una prospettiva economicamente “non rivale” e “non escludibile”. Tutti gli aspetti in grado di esprimere una possibilità di sviluppo possiedono questa proprietà, sia che contemplino la dimensione creativa, formativa, sia che riflettano i legami con i fattori materiali della cultura (opere, monumenti) o quegli aspetti diffusi che formano i caratteri di un popolo o una regione purché posti verso un certo orizzonte realizzativo dinamico. Con questa premessa, la distinzione tra fattori materiali e immateriali della cultura, delineata precedentemente, perde di significato in un contesto culturale bilaterale, così come la narrativa simbolica del multiculturalismo. L’obbiettivo di un Trattato culturale bilaterale consiste nel raccogliere informazioni, concedere accessibilità e determinare una spinta agli scambi di quei fattori immateriali che consentono alle relazioni tra cittadini e gruppi di due Paesi di diventare strumenti di sviluppo, accompagnando ogni altra politica governativa interna o multilaterale.

Conclusioni

In conclusione, ai fini del rinnovamento delle relazioni internazionali la proposta della proculturalità assume valenza strategica in grado di assorbire e abbattere ogni limitazione evidenziata da altri modelli, poiché definisce la cultura nella prospettiva di orizzonti realizzativi e di relazioni non dispersive, senza delineare aspetti di crisi come punto di partenza delle politiche internazionali. Il Trattato internazionale culturale bilaterale è lo strumento in grado di cambiare alcuni assetti di efficienza del diritto internazionale, sostenendo una prospettiva bilaterale sia come fattore di autonomo sviluppo delle relazioni tra due Paesi, sia come elemento di maggiore spinta delle relazioni multilaterali e dei Trattati delle organizzazioni internazionali, potenziandone gli effetti e senza dover rendere conto di obbligate generalizzazioni. Sul piano dell’organizzazione internazionale il modello dell’Agenzia di Scopo, come agency inclusa e disciplinata dal Trattato bilaterale culturale, è lo strumento più agile per perseguire le finalità delle relazioni tra due Paesi, coniugando con meno burocrazia le aspettative dei singoli e gli obbiettivi di sviluppo economico e sociale degli Stati.

Paolo Masciocchi

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