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Proculturalità: un nuovo approccio all’integrazione

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In tema di politiche migratorie e di prassi di integrazione, il multiculturalismo è il modello dominante, divenuto globale negli ultimi decenni. Dove non usato per definire esplicitamente la dottrina, è comunque una diffusa chiave interpretativa del fenomeno della compresenza di gruppi etnico-culturali diversi nel medesimo territorio. Il multiculturalismo è emerso in conseguenza delle spinte egualitariste in ambito istituzionale nell’America degli Anni Sessanta, è divenuto la definizione più utilizzata per delineare un’alternativa all’assimilazione culturale dei Paesi ospitanti, quest’ultima considerata come antimodello. Il multiculturalista, che non vede nell’assimilazione una via di uguaglianza, assume come punto chiave di riferimento equitativo l’identità dei migranti. In cosa consiste l’identità per il multiculturalista? Essa è valutata sotto il profilo della politica culturale, con accenti non molto diversi da quelli riferibili ai movimenti di difesa di genere, o di altri gruppi che potrebbero risentire di discriminazione. L’identità per il multiculturalista è la cultura originaria che il migrante difende.

La base del multiculturalismo

Questa visione presuppone pertanto la tutela di alcuni caratteri peculiari interni a ciascuna delle culture di origine dei migranti, così da costituire un punto di riferimento ogni qualvolta possa emergere una pretesa, un conflitto, una ragione di richiesta. Il rilievo di questo tipo di identità è evidente nei momenti di criticità, così che possa derivarne un’azione protezionista delle istituzioni, che diviene il tipico strumento di azione (e pressione) del multiculturalista. In tal senso, per quanto possano essere considerate importanti le dinamiche di relazione che portano il migrante a desiderare qualcosa in relazione a una comunità, il punto di partenza è un’identità statica del richiedente, riconoscibile per alcuni caratteri specifici.

Gli obbiettivi dei multiculturalisti

L’obbiettivo individuato dai multiculturalisti è inquadrabile primariamente in libertà negative per il migrante, ossia 1. diritti a non ricevere interferenze nella conduzione di uno stile di vita, 2. a poter avere forza mediatico-simbolica, 3. ad ottenere sovvenzione istituzionale per le specifiche attività etnico-culturali. Nell’alveo di tali questioni, l’identità politica del migrante assume un carattere simbolico e mediatico, e la forza di impatto dei bisogni si rinforza dove possano essere riconosciute delle basi collettive che spingono verso una rivendicazione.

I diritti d’identità paradossali

Non è un caso che, nell’ambito di questa lettura multiculturalista, sia emersa una particolare categoria di diritti, collettivi, definiti “diritti culturali”, contrastanti con il modello classico universale dei diritti di cittadinanza. Infatti, mentre i tradizionali diritti di cittadinanza presuppongono una visione universale di ciò che è necessario per ciascun individuo (diritti civili, politici ed economico-sociali uguali per tutti), nell’ottica multiculturalista la diversità culturale è la base di questo specifico tipo di tutela. Tale visione ha generato il cosiddetto “paradosso dei diritti”: ciò perché pretese di carattere generale (diritti soggettivi) assumono allo stesso tempo connotazioni specifiche in base alle culture, secondo una visione frammentata. È del tutto evidente che l’idea di una pluralità senza fattori universali alle spalle, porta a una diversa aspettativa verso le istituzioni, che vengono ridimensionate in questo caso ad organismi di garanzia della particolarità. Allo stesso modo muta l’aspettativa del senso della politica, della giustizia e della libertà in funzione di una specifica visione culturale preordinata.

I problemi del multiculturalismo. Le false radici

La visione multiculturalista presenta tuttavia una serie di problemi: di inquadramento, di metodo e di strategia. Ad esempio, è vera la rivendicazione di chi sostiene che il multiculturalismo abbia una radice liberale connaturata nella tradizione occidentale, proprio perché propensa a fornire agli individui maggiore libertà di azione eliminando le barriere presenti? Ed è vero che le politiche multiculturaliste racchiudono principi generali in grado di superare le divisioni tra i modelli politico-sociali liberal e quelli comunitaristi? Non pare così. La dinamica della libertà della tradizione liberale occidentale (Tocqueville, Pareto, Smith) presuppone argomenti di natura economico-sociale prima ancora che (o insieme a quella) culturale. Più in generale, qualunque argomento di natura culturale richiede un approccio socio-economico chiaro: da questa radice possono nascere grandi tradizioni politiche. Tali argomenti sono per lo più ignorati dal multiculturalismo. Manca completamente una visione di lungo periodo, capace di scrivere una solida narrazione con la presenza attiva degli attori sociali e delle istituzioni, formandosi al massimo un rapporto di forza tra rivendicanti e istituzioni. È facile in tal modo che la forte valenza simbolica delle migrazioni e dei diritti culturali diventi strumentalizzabile.

Per questa medesima ragione non è possibile riconoscere nel modello multiculturalista una visione generale omnicomprensiva, perché fortemente riduzionista nell’analisi e negli strumenti. In realtà il multiculturalismo maschera un fenomeno tipico della cultura postmoderna, e come tale verrà analizzato.

I limiti del multiculturalismo. Il percorso non chiaro

Il multiculturalismo non possiede una reale visione strategica, perché è un modello dai tipici tratti interventisti episodici: le istituzioni intervengono solo a fronte di apicalità del fenomeno culturale migratorio/identitario. Lo schema multiculturalista è in grado di fornire risposte tanto più visibili quanto più siano immediate in chiave di emergenze fortemente simboliche. Gia Sennett nel 1977 denunciava, agli esordi del multiculturalismo, i limiti del momento strategico della c.d. identity politics, per questa evidente ragione. Il problema della visione multiculturalista è valutare l’integrazione orizzontalmente a partire dalla cultura di provenienza, senza strumenti verticali omologhi in grado di attraversare tutti i soggetti interessati con le stesse prerogative, ossia le istituzioni, il Paese di arrivo, la sua cultura dominante, il migrante, la sua comunità.

I limiti del multiculturalismo. L’assenza di strategia

In secondo luogo, il metodo di attivazione e i soggetti implicati nella società, con il modello multiculturalista, sono fortemente limitati e inefficienti, perché presuppongono che la leva dell’equità vista in termini identitario-rivendicativi sia alla base dell’integrazione. Tale visione egualitaristico-particolare presuppone comunque argomenti generali sullo sfondo, e per il multiculturalismo l’argomento generale coincide con le “culture”. Si può pertanto affermare che il multiculturalismo si inquadra in un sistema di riflessioni filosofiche molto più ampio e dalle variegate tradizioni, legato al tema della giustizia sociale. Tra le esperienze più note si possono citare i lavori di Amartya Sen o John Rawls.

La visione interculturalista. Il falso dinamismo

Più di recente, di fronte ad alcuni evidenti limiti del multiculturalismo, si è sviluppata una seconda visione, definita “interculturalista”. A differenza del primo modello, l’interculturalismo si propone come favorevole alla porosità delle culture e alla priorità degli scambi tra gli attori sociali di diversa estrazione ed origine, per costruire percorsi di meticciato, legami, ponti. Tale visione sembra apparentemente risolutiva, dato che lo scopo dell’interculturalismo invertirebbe una premessa essenziale (e certamente riduttiva) del multiculturalismo, la staticità delle culture. Tuttavia, nonostante le apparenze, anche l’interculturalismo mantiene saldi i difetti sopra elencati. Infatti, le dinamiche interculturali (e transculturali) risultano acefale, per quanto possano portare a pratiche istituzionalizzate basate su questa visione. La premessa dell’interculturalismo è comunque l’equidistanza e la relatività tra le culture di partenza come base di qualunque analisi, con la pretesa che nessuna cultura (e nemmeno un metodo al di sopra di una cultura) possa fornire una direzione. In sostanza, una visione senza un metodo, un sistema di promozione estremamente limitato negli effetti, con la giustificazione di non voler offendere alcuno.

La visione interculturalista. L’incertezza metodologica e strategica

E ancora, nemmeno nell’ambito dell’interculturalismo viene meno il difetto dell’intervento a posteriori delle istituzioni interessate alle questioni migratorie ed etniche. Di fatto, solo in presenza di conflitti diventa rilevante l’intervento, e ogni pratica ulteriore all’intervento pacificatore al massimo è volta a limitare le criticità degli scontri, stabilendo di volta in volta parametri decisionali, per sua stessa concezione in un modo che non può definirsi orientativo. Il modello interculturalista è pertanto 1. anch’esso fondamentalmente orizzontale, 2. valuta la cultura in modo plurale con scarsa profondità, difettando di un vero metodo, e solo nel momento dell’incontro di alcune prospettive con effetti per lo più giuridico-sociali, 3. difetta di strategia e visione di lungo periodo, perché anch’esso emergenziale. 4. Rispetto al multiculturalismo, muta solo il problema da rilevare per intervenire, ossia solo in presenza di un c.d. scontro di culture (clash of culture), interviene la necessità di costruire ponti. 5. L’idea di meticciato come bene in sé non mostra alcun tipo di indicazione sapienziale distintiva, poiché il concetto di cultura della premessa interculturalista non estrae alcun elemento direzionante, o capace di spiegare il cambiamento.

La distanza attuale tra le teorie e pratiche per l’integrazione

Un tratto distintivo che accomuna la gestione delle pratiche migratorie negli Stati Europei risiede nel vuoto che intercorre tra le valutazioni di tipo economico-sociale e i modelli altamente simbolici sopra descritti. Una visione antiassimilazionista e rassicurante, da un lato, e il controllo gli episodi devianti nell’ambito della sicurezza, dall’altro lato, sono prerogative pratiche di buona parte dei programmi politici e delle prassi di governo sostenuti dalla cultura dominante. Per la cultura postmoderna che sostiene con più o meno ampiezza tali modelli conta la pragmaticità del decisore e il rispetto dell’identità politica. Il costante permanere di uno “stato di eccezione” (in conseguenza di attentati, situazioni limite ed eventi volti ad esorcizzarli) garantiscono di volta in volta legittimazione ad una cultura migratoria fondata sul breve periodo, sull’eccezione, sull’interventismo ex post di scarsa caratura tecnico-economica generale, e di forte impatto legalistico-particolare. Nella cultura contemporanea postmoderna del rischio, per un legislatore è più importante formulare una risposta convincente a un fattore critico di un singolo fatto noto, anziché motivare l’assenza di un percorso generale di cambiamento. D’altra parte, anche una modifica ad alto impatto sociale come una norma introduttiva o estensiva dello jus soli, non consente di per sé di costruire l’integrazione. In realtà, poiché è il modello culturale la vera questione a monte delle difficoltà delle politiche migratorie, l’analisi qui proposta ha volutamente portato l’attenzione sui modelli di partenza e della visione generale da cui sono sostenuti, così da chiarire le ragioni di un’alternativa.

 La visione proculturale

I limiti del multiculturalismo e dell’interculturalismo sono superabili solo da una visione che tenga conto di fattori universali esprimibili tecnicamente in un processo direzionante di accrescimento dell’integrazione e dell’intero ambiente in cui avviene. Nel fenomeno migratorio, che possiede un fortissimo impatto economico-sociale, oltre che giuridico, si possono individuare fattori immateriali di primaria importanza utili all’analisi dei problemi, ai metodi da impiegare, e anche alle soluzioni operative. Il cuore di una visione nuova sulla complessità del tema migratorio non può che essere la formazione e i processi di acculturamento generale, non già verso traguardi assimilativi, protezionistici, o di meticciato, bensì realizzativi di tutti gli attori sociali in gioco nell’ambiente complessivo considerato. Pro-culturale è l’atteggiamento innovazionista che valuta e promuove una cultura comune, verticale e dinamica, ossia in grado di esprimersi nell’ambito di tutti i processi economico-sociali, nelle relazioni familiari, e in quelli istituzionali secondo una gradualità strategica che metta l’immigrato nella condizione di riconoscere sempre cosa fare a qualunque livello per realizzare la propria vita. Tale cultura è anche espressione di un metodo e di una strategia.

I metodi della proculturalità

La visione della proculturalità pone al centro la persona e la mobilità socio-economica come strumento esplicito di integrazione. Promuove un’uguaglianza delle opportunità, soprattutto nell’accesso a quegli strumenti che garantiscano credibilità al migrante. Per compiere tale percorso la prima dotazione utile da potenziare nelle politiche migratorie è relativa agli strumenti di analisi dei fattori immateriali, ossia di tutti gli elementi che compongono la variegata dotazione dei migranti, dei Paesi di origine, delle comunità e le necessità del Paese ospitante. Il metodo proculturale non valuta primariamente aspetti simbolici delle richieste e delle culture come accade nel multiculturalismo, né l’incontro tra le culture come l’interculturalismo, ma orienta la costruzione di segnali distinguibili a valorizzare il percorso sociale, e costruisce tale percorso e la sua individuabilità tramite azioni preventive strategiche.

Le strategie della proculturalità

È noto che un fattore di facile accesso ad un Paese diverso è la ricchezza personale, che garantisce la possibilità di ottenere credibilità e immediata stanzialità del migrante, per le aspettative che può generare la sua disponibilità economica. Non a caso, anche in Italia, recenti manovre economiche prevedono regimi fiscali favorevoli per importare capitali e persone così da dar corso a un’attrazione di un fattore socialmente utile. Dove tuttavia manca la ricchezza, la credibilità si può formare attraverso percorsi di formazione e acculturamento, sia nei Paesi di origine sia in quelli di destinazione. Le più importanti risorse strategiche degli Stati ad alto fattore di ricettività migratoria devono confluire nella costruzione di parametri di promozione dello sviluppo umano, tramite accordi bilaterali specifici con alcuni dei Paesi di origine, e nel potenziamento delle istituzioni formative orientative nei Paesi destinatari dei fenomeni migratori.

Economia della formazione dall’origine

Va distinta l’immigrazione di tipo politico, verso la quale generalmente è più difficile l’impiego di risorse nel Paese di origine, dall’immigrazione di tipo economico-lavorativo. Verrà qui presa in considerazione la seconda tipologia, che è anche la più comune. La visione dell’immigrazione che porti al centro la persona secondo un parametro di sviluppo formativo necessita la costruzione di solidi legami diplomatici per la programmazione di processi di integrazione programmata, promuovendo l’istruzione fin dall’origine. L’obbiettivo è costruire database dei potenziali migranti, e quindi fornire in maniera capillare informazioni con i medesimi parametri, coordinando tutti gli attori internazionali presenti sul campo (missioni, Frontex, ONG, fondazioni, ecc.). La formazione deve permettere di costruire una coscienza dei limiti e delle potenzialità dei Paesi ospitanti, sulla base delle caratteristiche complessive e delle aspettative di ciascuna persona, introducendo elementi essenziali di apprendimento per orientare il conseguimento degli obbiettivi personali. Deve inoltre tenere in considerazione la possibilità di rientro nel Paese di origine, per reimpiegare i capitali guadagnati in un certo periodo di tempo. Le basi di questi processi sono già visibili in alcuni Paesi dalla possibile criticità geografica. È esemplarmente nota la differenza tra Paesi come la Giordania che non hanno avuto processi di immigrazione forzata e godono di una certa stabilità nelle relazioni economico sociali migratorie, pur in un’area fortemente destabilizzata, e Paesi come la Libia, che non possiedono tali peculiarità. È noto anche che alcuni Paesi europei, come la Germania, favoriscono l’immigrazione di alcuni popoli che possiedono una formazione media più accurata (Siria), mettendo a frutto pertanto uno dei molteplici fattori selettivi. Si tratta ovviamente di potenziare questi meccanismi di lettura ed impiego dei fattori immateriali.

Economia della formazione nei Paesi destinatari

Il programma di acculturamento del capitale umano prevede un’inversione del modello equitativo del multiculturalismo e dell’interculturalismo, perché viene qui considerata l’equità come elemento derivato dall’efficienza. Solo dove sia possibile costruire un modello di efficienza nella formazione del migrante è anche possibile esprimersi in termini di equità. Naturalmente, l’economia della formazione deve prevedere nuovi soggetti istituzionali in grado di interagire sia nell’analisi delle necessità del Paese, sia nella valutazione dei tempi, degli strumenti e dei modi per impiegare efficientemente i migranti nella costruzione di percorsi di integrazione economico-sociale e di consolidamento di una visione comune nello sviluppo umano. In tal senso è imprescindibile la partecipazione dell’UE nella costruzione di una strategia istituzionale europea. L’impiego di capitali europei deve avere come contrappeso la responsabilità degli Stati nel relazionare con i Paesi di origine migratoria, nel fornire supporto coordinativo alle agency attive nel campo della migrazione, e soprattutto nel dare riscontri di efficienza. Una politica comune europea deve prevedere una distribuzione di risorse in costante equilibrio con gli oneri dei Paesi più attivi. L’Italia dovrebbe in tal senso giocare ruolo primario.

La diseguaglianza accettabile

Come sopra riportato, la nuova visione dell’immigrazione, se fondata su fattori formativi e informativi, deve avvalersi di strumenti di gestione del capitale umano (database) e possedere un tasso di coordinamento elevato. Si può pensare in tal modo ad una preselezione nell’immigrazione, non certo basata su fattori discriminatori, bensì efficientistici ancorché inclusivi. L’immigrato preselezionato è più consapevole delle proprie risorse, delle proprie aspettative, anche di ricongiungimento, e concentrerà meno asimmetrie informative, che sono il vero fattore della diseguaglianza inaccettabile. In questo senso può essere costruito un percorso che tenga conto delle differenze di partenza. I centri di coordinamento e le agency che si occupano di immigrazione nei Paesi ospitanti devono diventare un riferimento per il placement e organismi di tutela per il mercato del lavoro, garantendo così strumenti per la negoziazione contrattuale e per la denuncia degli abusi (come il caporalato, le potenzialità e le realtà criminose). In Paesi ad alto flusso di immigrazione come l’Italia deve essere coinvolto il Ministero dell’Interno in tale opera organizzativa, e riveduta la gestione istituzionale dei fenomeni migratori, determinando un approccio di tipo qualitativo che permetta di giudicare se si stia operando correttamente in ogni fase del processo.

L’identità proculturale

Si è compiuta pertanto una ricostruzione del modello di approccio all’immigrazione e all’integrazione, secondo un parametro di efficienza prioritario rispetto a quello di equità. In tal modo, viene a cadere il cosiddetto “paradosso dei diritti”, riportando la cultura e l’impiego dei fattori immateriali in un’area universale. Occorre pensare alla cultura non più solo nel senso particolaristico del termine, ma anche quale fattore di integrazione complessivo sulla base di formazione, informazioni, relazioni istituzionali e di scambi dall’elevato fattore di efficienza. Solo in tal modo la persona è al centro dell’integrazione, dato che tutti i soggetti coinvolti possono assumere le stesse basi di analisi e gli stessi metodi. Al posto della narrativa simbolicistica del multiculturalismo e dell’interculturalismo, è possibile formare una narrazione fatta di segnali e percorsi condivisi, dove l’identità diviene fattore universale nel percorso comune adottato, espresso nella modalità tutta unica e irripetibile della persona realizzata, in una comunità realizzata.

 

Paolo Masciocchi



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