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Introduzione all’Innovazionismo

Un metodo per sviluppare conoscenza

L’Innovazionismo si presenta come strumento di crescita sociale di fronte a uno dei maggiori dilemmi presenti nelle contemporanee società pluralistiche, ossia se vi possano essere dei criteri universali in grado di evidenziare vie, pratiche e scoperte realmente utili allo sviluppo umano. Gli Innovazionisti ritengono che la risposta a tale dilemma vada ricercata anzitutto nel modo di esprimere una cultura, e più precisamente nella fondazione epistemica dell’agire e dell’argomentare nel proprio campo, in altre parole alla verifica delle condizioni poste alla base della conoscenza teorica e pratica che si esprime. Gli Innovazionisti perseguono questi obbiettivi alla maniera di gentleman, quali persone consapevoli di indagare le cause e i modi del proprio stesso operare. In tal senso chi esprime l’Innovazionismo, partecipando alle intuizioni provenienti da più campi, vuole indicare i criteri utili allo scienziato, all’imprenditore, al cittadino per costruire con giusta operatività l’innovazione, aiutando a sprigionare processi naturali di autorganizzazione e produttività. Infatti innovare è un termine abusato, entrato in una retorica prevalentemente tecnologica e globalistica sul piano mediatico, e per lo più estraneo alle cause e agli effetti complessivi delle proposte scaturenti dalla creatività. Una reale innovazione dovrebbe consentire tanto di conseguire un miglioramento, quanto di radicare con maggiore profondità il senso della realtà e delle idee in un circuito performativo esteso a tutti i campi del sapere, e anche oltre lo stesso miglioramento momentaneo. In tal modo è possibile rendere giustizia alle realizzazioni delle precedenti generazioni, e fornire basi per le presenti e future operatività.

D’altra parte nella cultura postmoderna si è assistito invece ad un’acquisizione di un dato ritenuto pacificamente immutabile, ossia che non possa esistere una cultura prevalente per efficacia nel senso appena descritto, e che gli sviluppi molto articolati di universalismi sottenderebbero esclusivamente a Grandi Narrazioni, quali forme di pensiero chiuso e confliggenti tra di loro. La visione universalistica è pertanto assunta nella cultura contemporanea prevalente come un aspetto negativo, relegato ai tramontati regimi e alle ideologie storiche (fascismo, nazismo, comunismo, ecc.). Con il termine “postmoderno” non si indica una particolare sensibilità storica, come accadeva per la modernità, né una ricaduta di visioni ed espressioni comuni presenti in più campi, come per le avanguardie, e nemmeno un fervore intellettuale in grado di animare politica ed intelletto, come fu per l’Illuminismo. Inutile rievocare lo spirito delle Scuole rinascimentali, il postmoderno sfugge al mecenatismo, allo spirito dei popoli e delle nazioni, e a ogni collocazione similare pregressa, essendo il frutto ultimo di un continuo stato di antitesi storiche di pensiero diffuso volte a distinguere un prima (peggiore) da un dopo (migliore). Tali antitesi, anziché formare una coscienza collettiva ispirata, hanno contribuito a disperdere la tenuta tra cultura e comunità, sapere e spinta al miglioramento, fino ad un appiattimento verso il basso del senso del cambiamento. Postmoderna è una condizione contraria a qualunque criterio fermo nei contenuti, che fa elogio della frammentazione sia del sapere che del vivere, e si fonda sull’autoreferenzialità degli attori sociali nell’ottica di un eterno “immobilismo dinamico”. Un ossimoro quest’ultimo, per indicare come la condizione postmoderna viva sì di continui cambiamenti frenetici, ma del tutto sradicati dalle basi antropologiche e sapienziali dell’innovare, ed è pertanto per sua origine una condizione incapace di sviluppo e orientata a negoziare ogni aspetto immateriale. Esattamente l’opposto di quanto si prefigura l’Innovazionista che vede nell’uomo condividente una fonte di possibilità operative e intellettuali tutte da scoprire. La sensibilità postmoderna è divenuta il collante di una comunità umana globale che va caratterizzandosi per il moltiplicarsi delle variabili cui conduce il progresso tecnico e tecnologico, per lo strutturarsi disarmonico delle società, per il sorgere di nuove (e spesso conflittuali) aspettative dei singoli: media, consumo di massa, globalità sono alcuni degli elementi più importanti coinvolti in questo processo, che però non è riducibile a tali strumentalità. Per fornire qualche esempio pratico di questo atteggiamento si pensi anzitutto alla difficoltà per le scienze primarie e applicate di produrre nuove scoperte in grado di migliorare decisamente e stabilmente le condizioni di vita, dopo anni di afflati progressisti. In campo economico si assiste all’incapacità di tutte le primarie Scuole di fornire risposte adeguate alla crisi mondiale, nel diritto pare essere tramontata ogni teorizzazione generale – e ambizione ordinamentale – in grado di rispondere alle esigenze di giustizia in una cultura sociale tendenzialmente sempre più anomica, cioè non in grado di appoggiarsi sull’efficacia di regole certe, almeno nello sviluppo degli ordinamenti giuridici. E nulla di meglio può essere riferito in merito all’arte e all’urbanistica. Si può affermare che da decenni non riesca ad emergere un pittore paragonabile ai maestri delle grandi scuole rinascimentali – per compiere un generico ma utile riferimento –, nessuna creazione degna di eternità, dove anche qualche interessante eccezione viene soffocata dal torpore epocale. Nell’urbanistica vige il predominio delle cosiddette archistar, spesso totalmente dissociate da qualunque scientificità capace di combinare l’intervento del tecnico nell’ambito neurofisiologico, morfologico-urbano e sociale. Il discorso è replicabile per la musica e per tutte le forme di produzione intellettuale dove, al massimo, si riscontra omologazione a linee guida dettate da mode passeggere di immediata spendibilità di mercato e a interessi di ricerca settoriali e asfittici, o qualche eco di genialità represso dal brusio della sottocultura. Questa protratta assenza di eccellenza, non certo imputabile (per assurdo) alla diminuzione delle capacità umane col passare dei secoli, trova una prima spiegazione nella mancanza di fiducia in ciò che va oltre la sfera estetico-individuale, e alla ricerca di criteri condivisi in quanto indispensabili, secondo utilità di mercato di brevissimo periodo. Vi è chi in passato ha colto una parodia insita in questa tendenza, tanto da produrre vere e proprie provocazioni nell’ambito creativo per sottolineare l’imperio dell’autoreferenzialità dell’artista (chi di voi ricorda la coprolalia sui barattoli, dal contenuto imbarazzante, di Piero Manzoni?); vi è chi ne ha fatto denuncia, come l’italiano Pasolini degli Scritti Corsari, o i francesi Debord e Beaudrillard; ma con il tempo l’ironia e la denuncia sociale hanno lasciato spazio ad una adagiata e acritica mediocrità, dove il primato non risiede nella qualità e nell’essere parte funzionale di una collettività organizzata (volta quindi a rappresentarla ed esprimerla organicamente), ma nella notorietà ed affermazione individuale, al netto della reale qualità della propria opera nell’insieme. E se l’urgenza di ottenere risultati immediati cancella prospettive progettuali di lungo termine, questo atteggiamento finisce per alimentare anche un’etica distorta, facendo venir meno in molti la volontà di essere leali, professionalmente e umanamente; si è venuta a creare una sorta di spinta, nell’inconscio collettivo, a raggiungere minime finalità con qualunque mezzo giustificabile.

Su altro terreno procede la direzione dell’Innovazionista, che auspica invece un lavoro concertato volto a rendere più chiari i criteri per la disseminazione di una cultura proattiva e stabilmente volta al miglioramento umano. Inoltre, tale direzione è al contempo un filtro utile per tutti quegli studiosi e attori sociali che intendano costruire una cultura scientifica sintetica con le loro scoperte ed operatività, e un punto di riferimento per gli imprenditori che aspirino a importanti realizzazioni nel lungo periodo.

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