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Conoscere la conoscenza: verso una scienza consapevole

Valenze e limiti del pensiero neopositivista: la scienza non è l’oracolo da cui l’umanità può attendere risposte ultime su ogni cosa

La Scienza. Un turbine d’idee, pregiudizi, vaghe nozioni, concetti confusi si affacciano immediatamente alla nostra coscienza, insieme a tenaci giudizi di valore fortemente polarizzati, dall’assoluta e incondizionata riverenza – scienza come panacea – alla più feroce critica – scienza come feconda madre di tutti i passati e presenti mali dell’umanità. Per capirne qualche cosa di più, cercando di andare oltre le forti polarizzazioni emotive che, per varie ragioni, il termine “scienza” evoca nei suoi locutori, è senz’altro necessario tornare alle origini del termine. Il sostantivo italiano scienza deriva direttamente dal latino scientia, che presenta una duplice accezione: una soggettiva – scienza come conoscenza, cognizione “privata” – e una oggettiva – scienza come sapere teorico, dottrina, conoscenza, appunto, scientifica. A sua volta, scientia è il sostantivo del verbo latino scio, che significa sapere, conoscere, capire, prendere coscienza. Risulta quindi chiaro che l’impresa scientifica, così come oggi la conosciamo, ha a che fare con la conoscenza, ma con un tipo particolare di essa: conoscenza oggettiva, formalizzata, obiettiva, direttamente imparentata con la seconda accezione che la lingua latina ci fornisce.

Le radici immediate dell’idea di scienza che tutti più o meno consapevolmente condividiamo, sono anche, probabilmente si dovrebbe dire soprattutto, più recenti. Mi riferisco a quella corrente di pensiero che assume prima il nome di Positivismo (a partire dalla seconda metà dell’Ottocento) e successivamente, in una veste più formalizzata, Neopositivismo o Positivismo Logico (anni ’20-‘30 del Novecento). Varrà la pena di trattare, in riferimento ai nostri scopi, solamente il pensiero neopositivista, in quanto esso ha avuto una fortissima influenza non solo sulla scienza e la tecnologia del ‘900, ma anche sulla definizione dei connotati dell’idea condivisa di scienza. Per corroborare la validità di questa ipotesi è fondamentale tratteggiare, seppur brevemente e sommariamente, i capi del pensiero neopositivista. Il tema principale, mutuato direttamente dal positivismo di Comte, knowledgeè l’affermazione dell’imprescindibilità dal dato empirico, dal dato positivo: non si può fare scienza senza un chiaro riferimento all’empiria, condivisa da tutti i potenziali osservatori. L’osservazione del dato sensibile è il metodo alla base della costituzione del sapere scientifico; ogni concetto astratto deve poter essere ricondotto al dato empirico, altrimenti risulta essere privo di senso. Hempel, uno degli intellettuali facenti parte del cosiddetto Circolo di Vienna (il consesso entro cui si sviluppò il Neopositivismo), formalizza il modo in cui il sapere scientifico procede formulando il celebre metodo nomologico-deduttivo, un tipo di spiegazione determinista (il termine “nomologico” indica l’esistenza di leggi generali a cui il reale sarebbe sottoposto) e, appunto, deduttiva (la deduzione è un ragionamento che procede dall’universale – le leggi – al particolare – i casi singoli che ci si presentano). In tal modo, secondo la Tesi di simmetria (o di identità strutturale), la scienza positiva sarebbe in grado sia di spiegare un evento già accaduto – facendo riferimento a leggi generali da cui sia possibile dedurlo – che di prevedere un evento – a partire da leggi note che prefigurano il modo in cui determinati fenomeni accadranno sotto determinate condizioni.

Il Neopositivismo ha attraversato nel suo insieme diverse fasi, compiendo un cammino verso una sempre maggior considerazione dell’universo teorico, contrapposto in questo caso all’universo osservativo: risulta nel tempo evidente che non tutte le asserzioni teoriche possono essere ricondotte, in un rapporto biunivoco, ai dati empirici. Ma le asserzioni teoriche devono poter acquisire, tramite delle regole di interpretazione, un significato empirico, pena il collasso dell’intero telaio neopositivista. La relazione tra il vocabolario osservativo (termini riguardanti entità osservabili) e il vocabolario teorico (termini riguardante gli inosservabili) viene metaforicamente rappresentato da una rete (il vocabolario teorico), costituita da molti nodi (le asserzioni teoriche), sospesa sul terreno dell’esperienza per mezzo di pali. Questi ultimi rappresentano la connessione diretta che esisterebbe tra l’esperienza (il terreno) e alcuni dei nodi della rete. In altre parole, solamente certe asserzioni teoriche (nodi) sono direttamente collegate all’esperienza; gli altri nodi, in virtù del fatto che fanno parte della stessa rete, “comunicano” con l’esperienza indirettamente, per mezzo di quegli assunti (nodi) che invece sono direttamente connessi al terreno. Questa è l’immagine che Hempel ci fornisce, tratteggiando il profilo del pensiero che caratterizza le ultime fasi del Neopositivismo.

È nostra opinione che ancor oggi i principi che stanno alla base di questa proposta sommariamente presentata godono di buona salute, non soltanto, in riferimento alla concezione che l’uomo comune del XXI secolo ha di Scienza. L’imprescindibilità del dato sensibile, la fiducia in un’osservazione ‘pura’, la concezione di una scienza che progredisce per cumulazione di teorie valide, la spinta a ricondurre la conoscenza alla sua forma logica, costituiscono oggi assunti comunemente accettati a livello collettivo. Così come alcuni concetti – magari semplificati o in parte travisati – della Psicoanalisi, e in misura minore del Marxismo, sono oggi largamente diffusi e fanno parte del patrimonio culturale condiviso delle società Occidentali, allo stesso modo il Positivismo e il Neopositivismo hanno abbondantemente contribuito ad influenzare i pensieri, i desideri, le credenze, i timori, i punti deboli e di forza dell’uomo di questo inizio Millennio. Tra i grandi meriti del pensiero neopositivista vi è l’attenzione per il reale, la tensione ad accostarsi ad esso senza pregiudizi gnoseologici, facendosi, appunto, guidare dall’esperienza e dal dato, avvicinando l’oggetto che desideriamo studiare con umiltà, cercando di farci ‘suggerire’ dall’oggetto stesso le sue caratteristiche, in un modo che ha delle similitudini con quell’atteggiamento che il poeta John Keats chiama negative capability (“quando l’uomo è capace di stare nelle incertezze, nei Misteri, nei dubbi senza essere impaziente di pervenire a fatti e a ragioni”, in G.F. Lanzara, Capacità negativa, competenza progettuale e modelli di intervento nelle organizzazioni, 1993). Le aperture dell’ultima fase del Neopositivismo, poi, rendono ragione del fatto che le teorie non sono vere o false (come sostenuto nella prima fase), ma sono più o meno confermate dall’esperienza: una consapevole resa di fronte alla nostra incapacità di dire l’ultima parola sui fenomeni mondani.

Ma oltre a ciò, il pensiero positivista porta con sé un pesante giudizio indirizzato a quelle modalità del conoscere che non rientrano nei rigidi criteri a cui si è accennato: il neopositivismo, infatti, sostiene il monismo metodologico, ossia la concezione secondo cui tutte le discipline devono conformarsi al metodo delle scienze naturali per potersi fregiare dell’appellativo (oggi tanto agognato) di scienza. In tal modo – veicolando implicitamente insieme al termine ‘scienza’ un giudizio di valore positivo – tutto ciò che non rientra nel novero delle scienze positive è privo di significato e di utilità, come sostenuto dalle posizioni più radicali:

se prendiamo in mano un qualsiasi volume, per esempio, di teologia o di metafisica scolastica, domandiamoci: contiene qualche ragionamento astratto sulle quantità o sui numeri? No. Contiene qualche ragionamento sperimentale su questioni di fatto o di esistenza? No. Allora affidiamo alle fiamme. Perché non contiene altro che sofisticheria e illusione” (Hume, Ricerche sull’intelletto umano e sui princìpi della morale, 1748).

L’alone nefasto che il pensiero positivista, inteso in senso generale e nelle sue molteplici espressioni intellettuali, esercita tuttora sull’uomo di oggi riguarda proprio questo aspetto: ciò che non rientra nell’ambito dell’esperienza sensibile è da rifiutare, è qualcosa di cui sospettare, qualcosa di fallace, di ingannevole, di falso. La scienza diventa così metro di qualsiasi esperienza conoscitiva umana, diventa anzi il criterio di demarcazione tra ciò di cui vale la pena che l’uomo si occupi e ciò di cui occorre lasciar perdere. A superficiale conferma della vasta presa che questo atteggiamento ha sulla nostra società, vengono in mente i nomi dei corsi di laurea, vecchi e nuovi, che recentemente si affrettano a modificare la propria precedente denominazione (che pur rimane centrale nella definizione del corso stesso) ricorrendo a rassicuranti sostantivi come “scienza/e”, “tecnica/e”, “scienza/e e tecnica/e”. O la diffusa credenza che la scienza, con le sue conquiste, possa davvero rendere felici gli uomini, possa davvero trovare le risposte ultime alle domande che il genere umano si pone da sempre. O ancora, la sempre minor capacità e propensione di dedicarsi ad attività e pratiche di tipo ideologico, nonché di tipo trascendentale; dimensioni – quella ideologica e quella trascendentale – attualmente al collasso nelle società occidentali. In altre parole, è oggi largamente condivisa l’idea secondo cui tutto ciò che riguarda il metafisico – nel senso etimologico del termine: oltre, al di là della natura – sia privo di senso o, nella migliore delle ipotesi, inessenziale.

Questo orientamento di pensiero è oggi espresso in filosofia dalla concezione fisicalistica del mondo: ogni evento fisico ha una causa fisica sufficiente al suo verificarsi, date le leggi della fisica, le quali governano e descrivono tutti gli oggetti ed eventi nello spazio-tempo. Questo tipo di visione del mondo, evidentemente strettamente connessa a radici di stampo neopositivistico, è oggi una delle più accreditate sia in ambito scientifico che filosofico. Come sostiene Tim Crane (in Elements of mind, 2001), questo nostro modo “naturale” di guardare al mondo ci dà l’impressione che tale prospettiva non sia, appunto, una delle molte prospettive epistemiche (cioè conoscitive) disponibili, ma che sia la Verità, che sia l’unica vera opzione ontologica, e metodologica, adottabile oggi. Ciò rende difficoltoso l’approfondimento scientifico e la speculazione filosofica su tematiche che possiamo definire “dell’immateriale”, come per esempio il rapporto mente-corpo.

Ma “ogni cosa è detta da qualcuno”: è necessario riacquistare uno spazio di pensiero critico su ciò che consideriamo dato, ovvio, necessario, scontato. È solo in questo modo, riappropriandoci riflessivamente delle modalità di funzionamento della conoscenza umana, conprint-gallery i suoi vincoli e con le sue grandi possibilità, che è possibile affrontare costruttivamente la complessità del reale, in tutti i suoi aspetti. Occorre dunque rifuggire da visioni della scienza “totalitaristiche”, del tipo “o bianco o nero”, ma recuperare il senso che le pratiche scientifiche, tra loro differenti a seconda dell’oggetto di cui si occupano, ricoprono nell’ambito di una visione armonica e integrata della Natura. La scienza, secondo la nostra opinione, si configura così come un’impresa conoscitiva umana dotata di particolari metodi (suggeriti dall’oggetto d’interesse) e determinati standard di riproducibilità, controllo e previsione. Ma attenzione: occorre che ogni iniziativa conoscitiva umana sviluppi strumenti congruenti con ciò di cui occupa e che ponga le domande giuste rispetto alla prospettiva dalla quale guarda al reale. La scienza, per quanto il termine includa una miriade di sfaccettature di significato diverse, può e deve fornire delle risposte, e ognuno di noi si aspetta che ciò accada: occorre però interrogarsi sulla liceità di sottoporre al vaglio della scienza le molteplici espressioni del nostro intrinseco desiderio di ricerca. Può la scienza farsi oracolo da cui l’umanità attende risposte ultime su ogni cosa? Secondo la nostra opinione, la risposta è negativa, senza che ciò scalfisca minimamente il valore epistemico dell’impresa scientifica. L’impresa umana del produrre conoscenza non può appiattirsi sulle dimensioni metodologiche del controllo, della riproducibilità e della previsione, occorre recuperare una visione integrata dell’uomo in quanto essere complesso in un mondo altrettanto complesso.

Facendo riferimento alla suggestiva metafora in chiusa de L’albero della conoscenza (H. Maturana, I. Varela, 1987, p.199-200), pensiamo che la grande sfida di oggi, in questo senso, sia cercare di far tesoro dei “cavoli” che l’esperienza umana ha faticosamente prodotto senza permettere ad essi di renderci irrimediabilmente sazi in merito a uno degli aspetti più nobili dell’uomo: il desiderio di conoscere.

“Si racconta la storia di un’isola in Qualche Luogo, in cui gli abitanti desideravano fortemente di andare altrove e fondare un mondo più sano e degno. Il problema, tuttavia, era che l’arte e la scienza del nuoto e della navigazione non erano mai state sviluppate – o forse erano state perdute già da molto tempo. Per questo c’erano abitanti che semplicemente non si permettevano neanche di pensare ad alternative alla vita nell’isola, mentre altri facevano qualche tentativo di ricerca di soluzioni ai loro problemi, senza preoccuparsi di acquisire la conoscenza necessaria all’attraversamento delle acque. Di tanto in tanto alcuni isolani reinventavano l’arte del nuoto e della navigazione. E di tanto in tanto giungeva presso di essi qualche studioso. Allora si verificava un dialogo come quello che segue:

 

  • Voglio imparare a nuotare.
  • Che condizioni poni per ottenere ciò?
  • Desidero solamente portare con me la mia tonnellata di cavolo.
  • Quale cavolo?
  • Il cibo di cui avrò bisogno dall’altra parte o dovunque andrò a stare.
  • Ma ci sono altri cibi dall’altra parte.
  • Non capisco cosa vuoi dire. Non sono sicuro. Devo portare il mio cavolo.
  • Ma con tanto peso addosso, una tonnellata di cavolo, non potrai nuotare.
  • Allora è inutile che impari a nuotare. Tu lo chiami un peso. Io lo chiamo il mio nutrimento essenziale.
  • Supponiamo, come in un’allegoria, di non parlare di cavoli ma di idee acquisite o presunzioni o certezze?
  • Mmm… vado a portare i miei cavoli dove c’è qualcuno che comprenda le mie necessità”.

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